Questo episodio si è svolto qualche mese fa, ero andato nella sede della mia ex azienda per consegnare il modulo SR41 (necessario per la cassaintegrazione) quando sono stato intercettato da un collega che chiameremo A.
A mi aveva passato un contatto (chiamiamolo Coso) al quale mandare il curriculum dicendo che cercavano qualcuno con i miei skill. Mandato il curriculum non ci avevo più pensato, nessuno si era fatto sentire.
A: Ciao Fede, come va?
Io: Avanti, niente di nuovo
A: Ti ha chiamato Coso per quel lavoro?
Io: No
A: Come no? Mi ha detto che c’era un lavoro.
Io: Io l’ho mandato ma non mi ha nemmeno risposto.
A: Non hai trovato altro?
Io: Per ora no.
A: Neanche in nero?
Io: Non lavoro in nero.
A: E perché?
Quella domanda è il fulcro sul quale ruota il marciume mentale di una grossa fetta dei nostri concittadini. Sembra innocente ma è il sintomo di una civicità deviata nella quale le regole del lavoro servono solo ai fessi, nella quale l’unica tutela è il leccaculismo e l’unica virtù lavorativa è la lingua felpata.
Io non lavoro in nero, non dovrebbe essere un concetto difficile. Non dovrebbe qualcosa da spiegare.
Quando i loro colleghi hanno manifestato ad Arezzo da tutta Italia non hanno cacciato mai la testa fuori dalla sede di via Calamandrei. Sappiate cari ex colleghi che se sui giornali si parla di voi è solo perché c’erano altri, non voi, che manifestavano in tutta Italia contro i ladri e i truffatori che si appropriavano anche dei vostri stipendi. Perché le magliette e gli striscioni con scritto Eutelia erano portati con orgoglio e rabbia da altri, non da voi.
Perché ancora oggi se cerchi su qualunque giornale una foto di manifestanti Eutelia trovate centinaia di foto dei vostri ex colleghi e un paio delle vostre. Perché se chi ha distrutto, rubato e illegalmente venduto a tranci i lavoratori adesso è sotto processo o vigliaccamente latitante a Dubai non è merito vostro.
Queste Magliette non le avete mai portate.